Laura Valente, ospite speciale ad Humanity Music Festival Omaggio a Mango: tra vita, arte e parole

Laura Valente racconta la sua esperienza accanto a Mango, tra vita privata e talento artistico

In occasione della sua partecipazione al concorso Humanity MusicFestival, Laura Valente ex voce femminile dei Matia Bazar, vocal coach, docente di seminari e laboratori per giovani artisti, oggi impegnata in arte teatrale, racconta la sua esperienza accanto a Mango, tra vita privata e talento artistico, in un dialogo che mette al centro la figura complementare dell’uomo e dell’artista.

Lei e Mango avete condiviso 30 anni di vita insieme. Due artisti, due percorsi che si sono intrecciati senza mai confondersi o invadersi. Come è iniziato tutto?

Ci siamo conosciuti nel novembre del 1983, lui stava registrando Oro a Milano, e il mio produttore Alberto Salerno mi invitò perpresentarmelo. Sono rimasta incantata dalla sua bravura: non avevo mai incontrato un musicista così talentuoso. Poi Mara Maionchi e Salerno ebbero l’idea di una collaborazione: la mia voce sui pezzi di Mango. Lavorammo insieme al mio primo e unico album ‘Tempo di Blues’. Il nostro non è stato un colpo di fulmine: temevo che le emozioni della musica potessero sovrapporsi a quelle dell’amore. La musica crea emozione come l’amore. Il nostro è stato lento e vero, e per me dura ancora oggi”.

Nel 2014, la morte di Mango segnò un momento doloroso.

Diceva che gli sarebbe piaciuto morire su un palco. Per noi è stato traumatico, perché non abbiamo potuto vivere in maniera privata un momento così doloroso”.

Pensava alla morte?

Penso la esorcizzasse con la musica e la poesia perché la temeva molto. L’ho scoperto nelle sue poesie: parlava spesso della disperazione all’idea di lasciare i propri affetti”.

Era un uomo ironico?

Era un uomo che mi faceva ridere tantissimo, aveva uno spiccato senso dell’umorismo che cerco di trasmettere anche ai miei figli. L’ironia ti fa vivere con leggerezza anche le cose più difficili. Lui era maestro in questo”.

Sottoil profilo artistico, siete stati una coppia complementare?

Siamo maturati insieme. L’arte ti mette a nudo, ma è fatta di emozioniche vanno anche provocate. Il nostro rapporto ha beneficiato della vocazione all’arte che ci univa. Ci siamo incontrati da ‘sconosciuti’: lui aveva già dieci anni di gavetta, poi esplose, io continuai il mio percorso. Abbiamo seguito strade separate, ma ci siamo sempre supportati a vicenda. Quando lasciai i Matia Bazar, lui cercò di dissuadermi, ma mai in modo invadente”.

Perché ha scelto di non proseguire il percorso musicale?

Ho dato priorità alla vita familiare, all’essere madre, ma senza mai abbandonare la passione artistica. Da qualche tempo ho intrapreso un percorso teatrale complementare al canto, che porto avanti con grande passione. Io e Cristina Dell’Acqua, scrittrice e insegnante di filosofia, abbiamo creato spettacoli come ‘Le Donne dell’Odissea’ e ‘Le 3D di Socrate: dubbio, daimon e desiderio’, che integrano letteratura, musica e canto”.

Al festival, terrà due masterclass per giovani artisti, anche in questo si riconosce.

Si, assolutamente. Dal 2016 mi piace trasmettere la mia esperienza. Non insegno tecnica, seppur importante, ma cerco di insegnare ai ragazzi che il vero scopo dello stare su un palco è vivere sinceramente delle emozioni e cercare di condividerle col pubblico, per farle tornare amplificate”.

La critica non colloca Mango solo come cantautore e poeta, ma anche come sperimentatore dell’arte. E’ vero, secondo lei?

“Aveva pubblicato due libri con poesie e immagini. Prima che venisse a mancare aveva pronta una terza raccolta. Io e i miei figli abbiamo deciso di unire tutti gli scritti e pubblicarli in un’unica opera. Pino è stato un grande sperimentatore. Pur conoscendo il successo popolare, amava cimentarsi con opere complesse ma spesso non le divulgava, preservando la dicotomia tra il popolare e il profondo, come nelle sue poesie”.

Valente racconta la nascita di Mango come autore.

Fino al 2001 ha lasciato scrivere gli altri per lui. Con il disco Disincanto, non trovando testi soddisfacenti, iniziò a scrivere personalmente. Ricordo una mattina: mi lesse un testo mentre sorseggiavo il caffè. Gli chiesi chi lo avesse scritto e lui rispose ‘io’. Scoppiai a ridere di gusto, pensando fosse una delle sue battute. Vedendo la mia reazione, lui prese fiducia in se stesso e da lì non smise più di scrivere”.

La parola era centrale per Mango?

Sia nella vita privata che nell’arte. Abbiamo costruito la nostra famiglia sul rapporto tra parole e gesti, tra lealtà verbale e onestà concreta. Ho visto il suo amore di marito e di padre affinarsi nel tempo, così come la sua espressione nell’arte”.

Cosa direbbe secondo lei, Mango ai giovani che aspirano ad affermarsi nell’arte del cantautorale, così come lo desiderava lui?

Che per fare questo bisogna dedicarsi con serietà e spirito di sacrificio. Gli artisti, come gli atleti, devono vivere con responsabilità per se stessi e per gli altri”.

Qualè l’eredità più preziosa di Mango?

Tanta musica, 21 album, la sua arte che è espressione dell’uomo che era ed è. Artista e uomo combaciano soprattutto nelle poesie, spesso a metrica libera. Dialogare con le nuove generazioni oggi significa parlare attraverso l’arte: è ciò che resta, più dei figli, più della vita stessa”.

Ha scelto di non cantare mai le canzoni di Mango e di non presiedere concorsi a lui dedicati. Per La Decima è un onore averla come ospite speciale. Perché ha detto ‘sì’ ad Humanity?

Perché la sensibilità degli altri artisti coinvolti e dell’associazione, mi hanno fatto sentire che in questo contesto Pino sarà protetto e accudito”

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